Hanno da poco fatto ritorno le cinque opere provenienti dal Museo Pontificio e dall’Archivio Storico di Loreto esposte alla mostra Barocco Globale, il mondo a Roma nel secolo di Bernini, tenutasi alle Scuderie del Quirinale dal 4 aprile al 14 luglio. Si tratta di quattro Mosaici in piume raffiguranti i Dottori della Chiesa e del Paravento giapponese esposto nella sala X del Museo. L’intento della mostra era quello di aprire una finestra su ciò che giunge a Roma dai Nuovi Mondi a cavallo tra XVI e XVII secolo e sulla conseguente febbre per l’esotico che va a caratterizzare la curia e l’alta società romana del tempo. Una nuova moda che, tramite cronache miste a leggende e svariate curiositas, comincia a delineare un nuovo modo di concepire il mondo, segnando quasi i prodromi dell’odierna globalizzazione. Esponendo, tra le altre opere, maschere messicane, cartine geografiche e paramenti in piume, i curatori Francesca Cappelletti e Francesco Freddolini si sono posti davanti ad una sfida: quella di dimostrare, cioè, che un’esposizione d’arte non deve necessariamente coinvolgere soltanto quadri e sculture, in quanto anche i manufatti sovracitati vanno considerati come parte integrante di tale realtà. Su questa linea si inseriscono le opere lauretane presentate, a cui la mostra ha conferito degno risalto. I quattro mosaici in rame decorati con piume di colibrì che rappresentano i Dottori della Chiesa, sono riconducibili alla manifattura messicana della fine del XVI secolo e sono giunti come dono al Santuario in un momento imprecisato. Si tratta di opere più uniche che rare: il medium quanto mai peculiare ed estremamente delicato ha fatto sì che pochi altri musei al mondo conservino opere analoghe. Le piume che li compongono sono infatti facilmente deteriorabili, sensibili come sono alla luce e alle condizioni ambientali esterne: per questo motivo, le quattro opere lauretane sono conservate presso i depositi dell’Archivio Storico Santa Casa ed esposte soltanto in rare occasioni. Diverso il caso del paravento giapponese settecentesco, esposto nella Sala X del Museo Pontificio. Un’opera che i visitatori non si aspetterebbero di trovare nella camera dedicata ai soggiorni storici dei papi e ai loro doni. In realtà, anche il pregevole manufatto testimonia un momento storico per Loreto e per la storia della Chiesa: quando cioè Giovanni XXIII aveva rotto la segregazione petrina portata avanti dall’Unità d’Italia per giungere ad Assisi e Loreto, dove aveva soggiornato nella camera cosiddetta del Papa, oggi Sala X del Museo Pontificio. Una lettera firmata dal Mons. Loris F. Capovilla, arcivescovo loretano negli anni 1971-88, già “dilettissimo” segretario particolare di Papa Giovanni XXIII, cita: Classico ed artistico paravento con paesaggio campestre giapponese eseguito in Kyoto con fogli aurei su legno pregiato/ ricevuto in dono il 20 novembre 1962 dall’on. Hayato Ikedà primo Ministro del Giappone/ Giovanni XXIII Pp. trasmetteva al Palazzo Apostolico a ricordo della breve sosta compiuta in questa camera il 4 ott. 1962. In quell’anno infatti il Ministro Ikedà, giunto a Roma nell’ottica di avvicinamento ai paesi dell’OCSE, aveva incontrato i principali capi di stato, per poi ricevere udienza dal Papa Roncalli insieme alla sua famiglia. Il canonico scambio di doni aveva visto il Santo Padre omaggiato del paravento che aveva poi fatto pervenire a Loreto, in memoria del suo storico pellegrinaggio. L’opera va fatta risalire al periodo Edo, momento in cui la dinastia Tokugawa aveva istituito la sakoku, una chiusura verso tutto ciò che è nanban-barbaro- che dal 1615 si protrae fino al 1853. Momento di fioritura, la tecnica pittorica si era canonizzata in scuole – la Kanō, a cui l’opera loretana va riferita, aveva due sedi principali a Edo (Tokyo) e Kyoto – ed il paravento era divenuto appannaggio dell’elite emergente dei Samurai. L’opera rappresenta un paesaggio, che nella cultura nipponica vede piena corrispondenza col divino, in cui sono raffigurati simboli di longevità e costanza quali il pino sempreverde e la gru dalla testa rossa la quale, secondo la tradizione giapponese, vive mille anni. A questi si affiancano le rose tsubaki bianche e rosse, portatrici di buon auspicio. Donando l’opera al Santo Padre, il Ministro si era inserito nel solco di una tradizione millenaria. Il paravento è infatti un elemento caro alla cultura nipponica: ripreso ab antiquo dalla cultura cinese e coreana, viene presto adottato come divisorio all’interno delle tradizionali abitazioni nobiliari giapponesi, a struttura architettonica aperta. Il Giappone associa presto all’utilizzo pratico anche uno simbolico, per accompagnare i momenti salienti della vita quali nascite, morti, matrimoni ed altre cerimonie ufficiali. Oltre a ciò, il paravento- detto byobu, barriera contro il vento- funge sovente anche da dono diplomatico. Un’usanza orientale testimoniata a partire dal 686 d.C., che perdura quando le ambascerie giapponesi giungono in Europa: quelli donati nel 1585 a Papa Gregorio XIII Boncompagni adornavano la galleria delle carte geografiche in Vaticano, dove giungono anche i “quatro biogos” donati a Paolo V Borghese nel 1615. Se questi sono andati perduti nel corso dei secoli, l’opera del Museo Pontificio ne funge quasi da simulacro, a testimonianza di come tale tradizione fosse ancora viva nel Novecento.
(Articolo di F.Allegra Nardi)