Il libro di conti di Lorenzo Lotto, meglio noto con il nome di Libro di spese diverse per via dell’iscrizione apocrifa apposta sulla coperta anteriore del manoscritto, e in realtà una rubrica dove venivano registrate le attività commerciali attraverso l’adozione di un sistema molto elementare di partita doppia. Tale metodo contabile, conosciuto fin dal XIV secolo e teorizzato in maniera compiuta da Luca Pacioli nel suo Summa de arithmeticam geometrica proportioni et proportionalita, pubblicato a Venezia nel 1494, risulta essere formalmente più complesso rispetto a quanto dimostrano le carte conservate a Loreto, ma a ben vedere, come sostenuto dai più autorevoli studiosi di storia dell’economia rinascimentale, la ricerca “potrà considerare qualunque contabilità dotata di doppie voci come una forma elementare di partita doppia” (Lane 1982, p. 164). Al di là degli aspetti di carattere storico generale, è interessante riflettere sulle ragioni che hanno portato Lorenzo Lotto ad adottare un sistema che prevedesse una forma elementare di doppia rendicontazione delle voci di entrata e uscita, attraverso la trascrizione delle registrazioni relative allo stesso affare una di fronte all’altra, in carte riservate al dare e all’avere. Per capire i motivi dell’uso della partita doppia da parte del pittore veneziano, è necessario tenere presente che è stato ampiamente riconosciuto il maggiore grado di correttezza di questo sistema contabile rispetto ai precedenti, grazie a un migliore uso della matematica (ad esempio il calcolo con l’abaco non prevedeva lo zero), e di conseguenza a una maggiore razionalizzazione del lavoro e della gestione degli affari a esso relativi. Perciò si comprende quanto Lotto, che dal Libro si connota come artista dalle spiccate doti imprenditoriali, avesse necessità di gestire la propria attività caratterizzata dal coordinamento di altre maestranze come doratori e falegnami, e da una clientela che, al pari di quella dei mercanti veneziani a lui contemporanei, negli anni coperti dal Libro si estendeva su un’area geograficamente estesa, tanto da poter tracciare un percorso che parte dalla Lombardia fino a giungere in Puglia. Si tenga presente che il Libro di spese diverse è composto di duecento carte (dieci fascicoli da venti carte ciascuno) e le annotazioni sono ordinate in senso alfabetico. Tuttavia vi sono alcune parti del manoscritto che non seguono tale criterio: si tratta infatti di liste di spese sostenute quando egli era ospite a Venezia presso il nipote Mario d’Armano tra il 1540 e il 1542 (cc. 15 Ir- 152r); in occasione del suo soggiorno a Treviso tra il 1545 e l’anno successivo in casa di Giovanni del Savon (cc. 157r-159v), per l’acquisto di materiali di bottega e per uso personale (questi ultimi elenchi sono stati annotati capovolgendo il quaderno alle cc. 195r-200r). Tradizionalmente gli studi hanno considerato la data di apertura delle registrazioni il 16 novembre 1538, così come viene riportato in una nota relativa al ritratto rifiutato da Giovanni Maria Pizoni, protonotario ad Ancona, nel 1542 modificato in un san Bartolomeo e dato all’orafo Bartolomeo Carpan in cambio di alcune montature. Francesca Cortesi Bosco (2008, p. 82, nota 1) per prima ha invece sostenuto che l’inizio dell’uso di questo mastro sia da posticipare al 1540, in occasione del rientro a Venezia dopo il periodo trascorso nelle Marche e conclusosi con la realizzazione della Madonna del Rosario di Cingoli, mentre Lucco (2009, pp. 9-13) lo colloca al 1542. A conferma di una datazione d’inizio al 1540, la logica disposizione delle scritture lottesche dimostra che la nota del ritratto Pizoni non può essere stata scritta prima del rientro in Laguna, dato che si trova inserita dopo annotazioni del 1542 relative all’esecuzione dell’Elemosina di sant'Antonino per i domenicani dei Santi Giovanni e Paolo a Venezia. Sulla base delle tecniche di scrittura contabile precedentemente richiamate, la nota del 1538 deve essere stata riportata nel Libro dopo che l’artista ha effettuato lo scambio con Carpan, e dunque nel 1542, venendo trascritta di seguito alla registrazione relativa per la pala per i domenicani dei Santi Giovanni e Paolo, mentre ad apertura dei conti, alla lettera M (cc. 76v-77r),si trova una registrazione relativa a un credito concesso al nipote datato 31 gennaio 1540. Circa l’incidenza che questa fonte ha avuto negli studi, risultano essere singolari le vicende relative a) suo ritrovamento, alle prime fasi di conservazione e alla comprensione del genere a cui fa riferimento. Mai citato dalle fonti più antiche, il testo venne infatti ritrovato solo ne) 1885 da Pietro Gianuizzi, avvocato e archivista presso il santuario lauretano. Nel 1892 Guido Levi, funzionario del Ministero della Pubblica Istruzione, viene inviato a Loreto per il riordino dell’archivio e ne inizia una trascrizione, che comporterà in più occasioni un trasferimento del manoscritto a Roma. Le prime informazioni vennero rese note da Anselmo Anseimi nel 1893 sulle pagine della “Nuova Rivista Misena”, con particolare attenzione agli allievi marchigiani di Lotto; mentre nella primavera dell’anno successivo sulla stessa testata Gianuizzi darà conto di ulteriori informazioni, contribuendo in maniera sensibile al lavoro monografico di Berenson, uscito nel 1895, con copyright datato all’anno precedente. Lo stesso storico dell’arte americano (1955, p. 148) ricorda di aver visto e utilizzato il manoscritto quando era conservato a Roma, durante le fasi che precedettero la prima edizione, curata da Adolfo Venturi sulla trascrizione di Levi, e apparsa sulle pagine della rivista “Gallerie Nazionali Italiane” (Venturi, Levi 1894, pp. 115-224). Il lavoro di Venturi non seguiva però la struttura originale del testo, riportando invece in ordine cronologico le annotazioni di Lotto. Conseguenza di questa scelta è stata la mancata comprensione della natura del testo, che ha portato gli studi a ritenere il manoscritto una sorta di diario o addirittura di autobiografia. Su questo errato intendimento delle note, che ha indotto a tratteggiare un profilo del tutto malinconico del pittore veneziano, ha certamente pesato la scomparsa del manoscritto a partire dalla metà degli anni venti fino al 1958, togliendo di fatto ogni possibile confronto diretto con l’originale, in particolar modo in occasione degli eventi e delle pubblicazioni comparse nel 1953. Le informazioni riportate non sono pertanto riflessioni sull’andamento della propria attività né della propria esistenza, piuttosto si tratta della trascrizione di impegni lavorativi, che in alcuni casi richiamano la tradizione dei libri di ‘ricordi mercantili, come nel caso della vendita di opere a Ottavio da Macerata, in altri riprendono fedelmente l’accordo per realizzare una pala d’altare o mettere in bottega un allievo. La seconda edizione del 1969 curata da Pietro Zampetti ha avuto dunque il merito di ristabilire la corretta struttura delle registrazioni, mentre quella curata nel 2003 da Floriano Grimaldi e Katy Sordi ha restituito un testo più corretto e una trascrizione filologicamente più moderna, che ha permesso una più recente edizione nel 2017, corredata da uno studio delle funzioni originali, delle vicende critiche e di un commento.
Francesco De Carolis
Bibliografia: Anselmi 1893, pp. 163- 166; Gianuizzi 1894, pp. 35-47, 74-94; Berenson 1895, pp. 264; Venturi, Levi 1894, pp. 115-224; Berenson 1955, p. 148; Lotto, Zampetti 1969; Lucco 2004, pp. 9-13; Cortesi Bosco 2009, p. 82, nota 1; De Carolis, // Libro, 2013, pp. 47-53; Frangi 2017, p. 18; Lotto, De Carolis 2017.